Il senso di colpa: cos’è, come si manifesta e come liberarsene

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Ha origini precoci, tanto che si parla di peso che ci si porta dentro fin da bambini, ma se non affrontato correttamente può innescare un meccanismo circolare e deleterio. Ecco cos’è il senso di colpa, come si manifesta e come liberarsene

“Oh, mio Dio, se abbiamo commesso delle colpe, le abbiamo certamente espiate.” 

(Maria Antonietta)

Inevitabilmente radicato in ogni persona, il senso di colpa rappresenta una parte significativa e non trascurabile dell’individuo. Ne può condizionare le azioni ma soprattutto il pensiero; e, se non affrontato e gestito correttamente, rischia di innescare meccanismi patologici. Ecco perché è essenziale capire cos’è, come si manifesta e come liberarsene, o meglio come fare in modo che la sua naturale manifestazione possa essere gestita con serenità e consapevolezza.


Il senso di colpa: cos’è, come si manifesta e come liberarsene


Il senso di colpa è un sentimento alimentato, e che alimenta, molte convinzioni “patogene” delle persone. Ha origine nell’infanzia, nel rapporto con i propri genitori e familiari, ed è influenzato dall’immaturità del bambino, dal carattere concreto e magico del suo pensiero e dalla sua tendenza a elaborare inferenze causali scorrette, come: “è successo questo perché mi sono comportato male”.


Molti studi ci hanno mostrato come il bambino, fin dai primi giorni di vita, sia interessato e sensibile ai comportamenti di chi si prende cura di lui e come il suo mondo psichico ruoti attorno alle relazioni che vive e osserva nel suo ambiente (Faccini et al., 2019) . I genitori sono le principali figure di autorità per i figli, coloro che sanno ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è permesso e ciò che è proibito, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Così, i bambini iniziano a interpretare il mondo attraverso il filtro degli insegnamenti, del comportamento, del sistema di valori e anche dei sintomi dei loro genitori. Per un bambino quelle dei genitori sono verità non relativizzabili sulla realtà e la moralità, e questo fatto li rende vulnerabili a sentimenti di responsabilità e colpa irrazionali.


Il senso di sicurezza, così fondamentale per uno sviluppo sano della personalità, è quindi fin da subito influenzato dallo stato d’animo percepito all’interno della propria famiglia. E la recettività agli affetti e ai sentimenti dei genitori, associata all’immaturità cognitiva del bambino, favorisce in quest’ultimo lo sviluppo di un crescente senso di responsabilità nei loro confronti (responsabilità che influenzerà la costruzione dei suoi modelli mentali e comportamentali).


Ricapitolando, empatia, senso di responsabilità e altruismo sono elementi psichici fondamentalmente sani e adattivi; ma, se si associano a convinzioni patogene o sono troppo intensi o generalizzati, possono alimentare e sostenere sentimenti, atteggiamenti e comportamenti disadattivi (Gazzillo, 2016). E in quest’ottica la colpa non è funzione dell’odio, ma dell’amore, del bisogno che il bambino ha di sentire che i propri genitori lo amano, sono buoni, forti e felici, della responsabilità che avverte nei loro confronti e del potere che si attribuisce. I bambini possono sentirsi in colpa per qualsiasi sentimento o comportamento, anche il più sano, se hanno l’impressione o gli viene detto che esso suscita dolore o disapprovazione nei genitori.


La colpa non è funzione dell’aggressività innata, ma dell’innato senso di responsabilità dell’essere umano rispetto alla sofferenza altrui. E la rabbia, in quest’ottica, è spesso una reazione secondaria a un senso di responsabilità troppo forte, e un fattore che aumenta ulteriormente il senso di colpa. In parole povere, il bambino finisce per vivere come “immorali” tutti i desideri, gli atteggiamenti, i comportamenti e le emozioni che crede possano indurre sofferenza nelle persone care o minacciare il rapporto con loro; il problema è che più avanti questo bambino diventerà adulto e manterrà queste convinzioni.


Ma come si declina il senso di colpa? Come si manifesta e cosa ci porta a fare quando siamo adulti?  Alcune persone lo provano quando sentono di avere più successo, soddisfazioni, fortuna o qualità positive di altre persone significative, e credono che queste ultime si sentano per questo ferite o umiliate. È un po’ come se si avesse la sensazione di stare bene solo perché qualcun altro sta male. In altri casi può capitare di sentirsi sleali nei confronti delle persone care quando si cerca di affermare la propria differenza e autonomia, la propria volontà e i propri desideri, di allontanarsi dal gruppo di appartenenza per perseguire i propri obiettivi. 


Altri ancora provano un esagerato senso di responsabilità per il benessere e la felicità degli altri. In questo caso le persone soffrono a causa della credenza per la quale hanno il potere e il dovere di occuparsi delle persone care e renderle felici anche se non ne hanno i mezzi o non sta a loro preoccuparsene. 


Infine, in alcuni casi, le persone sono convinte di essere cattive, sbagliate e indegne. Ciò avviene a partire da esperienze traumatiche vissute nell’infanzia (genitori ipercritici, emotivamente maltrattanti o peggio), in cui pur di difendere l’immagine del genitore come di giusto, buono e saggio ci si convince di essere la causa di tutto ciò che va male (con conseguenti sentimenti di indegnità, vergogna, colpa e inadeguatezza). 


Ma se alla base delle diverse forme di infelicità che possono accompagnarci nella vita c’è il senso di colpa per qualcosa che non abbiamo fatto, come possiamo liberarcene per essere sereni?
Innanzitutto, bisogna cercare di avere intorno delle persone in grado di farci sentire bene. L’effetto contagioso delle emozioni è più che evidente. Quando si è ogni giorno a contatto con qualcuno ottimista, empatico e in grado di regalarci un sorriso, si provano più facilmente sentimenti di benessere e ci si può abbandonare a una corrente “positiva”.


Nel momento in cui ci si rende conto che qualcosa si ripete sempre allo stesso modo, bisogna avere il coraggio di chiedersi se forse tutto questo non avviene a causa propria. Molto spesso tendiamo a rimanere “incastrati” in schemi patologici che ci precludono la felicità; in questi casi bisogna farsi forza e impegnarsi per invertire simili schemi. Infine, trattandosi di qualcosa di tanto complesso e profondamente radicato, conviene sempre considerare la possibilità di rivolgersi ad un professionista della salute mentale (psicologo, psicoterapeuta o psichiatra). La richiesta di un aiuto mirato può essere un modo per rompere le meccaniche disfunzionali che ci fanno stare male e rappresenta in sé un atto di coraggio.

Per problemi legati a questa e altre tematiche, puoi sempre considerare l’opportunità di effettuare un primo incontro gratuito, garantito dallo Studio Psicoanalisi Castelli Romani.


Dott. Filippo Faccini, Psicologo, Ph.D. in Psicologia Dinamico Clinica, Professionista CMT, Assegnista presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica Clinica e Salute, cofondatore dello Studio di Psicoanalisi Castelli Romani.